Riforma Maroni
A norma con le direttive dell'Unione europea, in Italia è stato dato il via a un processo di riforma delle pensioni atto a ridurre l'aggravarsi delle retribuzioni sullo Stato.
Questo cammino, necessario per un paese dal forte invecchiamento e che deve poggiare sempre più sulle spalle delle nuove generazioni, viene solcato anche dalla riforma Maroni, del 2004.
La gradualità delle riforme fatte è necessaria per avere il sostegno dell'opinione pubblica, in un cambiamento che sembra del resto scontato dover avvenire.
L'innalzamento dell'età pensionabile è senz'altro uno di punti cardine della riforma, incrementandola, dal 2008, ai 60 anni, con almeno 35 anni di contribuiti alle spalle, per quanto riguarda la pensione di tipo retributivo.
L'età è destinata a salire negli anni futuri, continuando dunque sull'orma precedente.
Anche per il tipo di pensione retributiva, l'età è stata innalzata fin ai 65 anni maschili e ai 60 femminili, dal 2008.
Un'altra parte della riforma Maroni riguarda il trattamento di fine rapporto (tfr) che viene indirizzato, a meno di una esplicita richiesta del ricevente, al fondo pensionistico statale.
Inoltre nella riforma viene agevolato il lavoratore che, raggiunto il limite di età, decida di non richiedere il pensionamento: viene aggiunto come bonus 1/3 dello stipendio al proprio salario mensile.
Il bonus viene addizionato solamente per coloro che siano dipendenti privati, e non per quelli pubblici.
La riforma dà vita nel sistema italiano al cosiddetto “scalone” pensionistico, un gap di tre anni fra coloro che, fino alla fine del 2007, siano andati in pensione fino ai 57 anni e quelli che, dal 2008 in poi, abbiano potuto raggiungere la pensione soltanto a 60 anni.
Per dovere di informazione bisogna però riconoscere che, nonostante la riforma, non sia stato completamente cancellato il pensionamento a 57 anni ma, in ogni caso, esso è stato penalizzato con una pesante riduzione sull'assegno della pensione.
