Riforma Dini
Nel 1995 si completò il processo di revisione del sistema pensionistico Italiano da parte del capo del governo istituzionale Lamberto Dini.
Egli mise mano al sistema pensionistico, continuando nell'opera, già cominciata con Ciampi nel 1992, di innalzare l'età pensionabile, rispettivamente per donne e uomini a 60 e a 65 anni.
La graduale ascesa riguardava anche gli anni di prestazione lavorativa necessari per il pensionamento: dai 35 anni indispensabili fino ad allora si arrivò a 38, recentemente poi diventati 40.
Inoltre anche il sistema retributivo viene profondamente modificato dalla riforma: mentre prima di essa le retribuzione mensile veniva calcolata sul 70% dello stipendio mensile dell'ultimo decennio lavorativo, con essa si ha un cospicuo abbassamento del vitalizio, poiché la media viene calcolata su
tutta l'età lavorativa.
Per coloro che nell'anno della riforma avessero già depositato 18 anni di contributi, la riforma andava applicata solamente dall'anno di vigore della riforma in poi.
Fra le altre innovazioni di quest´ultima, sempre nell'ottica di riduzione delle uscite statali in ambito di pensionamento, la riforma Dini prevedeva anche il decremento dei sostegni economici al pensionamento anticipato.
L'intera logica del sistema pensionistico diniano era la comparazione delle pensioni al paniere dei prezzi, non alla entità dei salari.
Questo sistema ha favorito l'entrata nelle casse statali di circa 15.000 milioni di euro, contribuendo ad un risparmio statale vitale per l'erario, che prima del 1996 si trovava in una condizione senz'altro di grande pericolosità.
In particolare i lavoratori in proprio hanno contribuito a circa 1/3 del risparmio nazionale, aumentando tutte le previsioni e facendo registrare un netto aumento (circa 120 milioni di euro) sulle prospettive precedenti.
